27.11.06
venivo a passi lenti
verso le stanze scomparse
tra i legni d’una barca
ora lo vedi il mare dall’alto
come un remo pronto a tagliare l’acqua
ci sono poche voci sull’autostrada
e alcuni viaggi che non pensi più di toccare
a goccia a goccia
com’è difficile circondare una sella
di petali di rosa
i binari sono agghiacciati
e sto seduto
sempre più spesso
come un povero principe stitico
non incontro più tanto spesso la ricchezza delle parole
ma vedo chiaramente dove sono i pini
le palme e il catodo signore
la corda mi continua a passare sotto
l’elastico non dà più le incredibili forme
delle bolle di sapone
anche la birra certe sere mi sembra solo amara
e nelle nuvole di tex vedo la sfumata gioia del passato
l’ironia deve essere scappata con le mie calze sul pavimento
e le ore mi passano un po’ più fredde e zitte
come la neve sulle scarpe
ma in un paese di mare mi pare che tra nebbia e mal di testa
non ci si possa lamentare
almeno finché i tetti sono rossi
e gli ulivi pelati
a dicembre brindiamo con spumante taroccato
e zampone in flute
le parole non sono naturali ma meccaniche e sgraziate
e anche la musica mi costringe spesso a fermare il ritmo
davvero questo cielo anonimo
non mi da la sensazione che ci sei
lo vedi il mare quando sbuca da una curva?
lo ricordi ancora il freddo sapore delle onde?
mi osservi mentre provo
un’altra volta a scriverti dei versi
senza riuscirci
26.11.06
Terremoto in scala di FA Maggiore
terza porta a sinistra
sussiego –riavvolgere le budella-
5 Kg di pane
il treno attraversa la palude
e si perde nello stagno
terrore fra le canne
i canneti bruciano
vin brulè giù per la gola
le mie mani reggono calore
mi scappano di mano i topi
li vedessi che carini
bianchi grigi piccini
li vedessi come corrono
come si avvicinano annusano mordono scappano
scrofe terribili affrontano verri
gli sbirri razzolano per l’aia
e arrestano tacchini
che canteranno alla luna
col loro gorgoglio di barbaglia
e tra poco altri tuoni
affronteranno il cielo
e bruceranno alberi
al posto sbagliato.
mi stendo sull’erba
terremoto di persone
qualche nota di dolore
e rivedrò le stelle
e rivedrò birre scorrere sul tavolo
una dietro all’altra
finché il mattino
ristringerò forte le albe
sull’adriatico
mille giorni
mille palle di fuoco
le nubi
la pioggia
e la musica dei pensieri
distorta dal sonno
tra 30 note di demenza
e un pizzico di sale
25.11.06
i miei bidoni ora stanno
assiepati
su una collina
tranquilli
nel volgere di secondi
di sangue raggrumato
raeggae alla radio
patate nel forno
sbiascico fruste di parole
scudisciate di vergogna
verde
filtri di the nella
vaschetta del bagno
L’Arbre Magique sulle stecche degli occhiali
pronto intervento
vagoni d’amianto
sellini in vecchio stile ‘900
vibromassaggiatori e callisti
cervelli
a 8 bit di potenza
tricoterapia intensiva
due belle farfalle
di sudore
sotto le maniche della camicia
un po’
come sventolare bigliettoni verdi sotto il naso
della gente
e a sventolar mutande se ne trae maggior vantaggio
cambi aria ti rinfranchi nello spirito
guardi molto oltre le mura
del tuo bagno
molto oltre
nel volgere volgare dei tuoi passi
sulla strada…
sono scoppiate le fogne
22.11.06
madre m’hai visto angelo sdraiato sotto un albero di quercia?
mi sentivo fulmine aria cesso mi sentivo vassoio
e correvo di litro di birra in sacco di paglia
percorrevo linee tratteggiate scure demarcate percorrevo
strade asfaltate male rattoppate peggio buche
lavori di rassetto idrico squarci nel mare nero del catrame
che bolle a 40°C e la gomma del tennis nelle scarpe non ti fa più correre
angelo madre? no …ma neanche demone
troppa la fame costretta a subire troppa differenza con le maglie
sudate dei bambini nel parco
in fiamme violente violente ustioni e volti
deformi da rassicurare con nenie di guerra
e parchi baci soli di sifilide
stracci madre e poche parole per avere tutto tranne
il bastone per fare continuare a lavorare
mentre lacrime non scorrevano più e la fatica non dava più sudore
erano angeli madre o presto lo sarebbero stati
e rabbia nei denti le lacrime uscivano e rabbia ho pregato
ho sperato che qualche cristo di diavolo
li potesse salvare…
mi hai visto madre stavo con i pugni
in tasca a piangere e andare via
21.11.06
martello frescura frenesia apparente di grandeur
mischiare maschi sacchi flussi
bacinelle verdi deglutizioni insegnamenti biblici ghiaia
aiuole fresche tresche bische tasche milano
un accidente al dente del pianeta una piroetta sul volto del pianeta
passeggiata in pineta piña colada amministratore delegato
una risacca di mani sotto la sottana
una calda motivazione convincente convinzione drenare i riconoscimenti
verso nuove strutture gratificanti
gratifica sovrastruttura miserabile alla parola successiva
in un compendio un discorso al quadro successivo tutti a leggere
a inquadrare e ricordare risparmiare ristrutturare
inculare con l’occhio angelicato
mentre il padre e lì piegato davanti
intascare un percento netto che riformi il sistema previdenziale o che so
il conto in svizzera o le tette di quella baldracca di tua moglie
tagliare cucire risanare drenare
autoincentivare
riporre fiducia e allargare per bene le chiappe
il gran rifiuto il fare senza e il successivo consiglio d’amministrazione
maneggiare e investire
portare un camion al limite
spingere spronare
toccare un muro
e poi le persone contenute dentro
fare un candido e grazioso
dono di natale
13.11.06
Francesca Gentili - il fascino dei volti
che si ammira dalle colline di Monteprandone (AP). E in questo scenario la rassegna “SFIORANDO L’ORIZZONTE. Tra le suggestioni dell’arte e gli incanti del paesaggio” si pone come un invito alla sosta e all’osservazione. Una serie di appuntamenti, curati da Nazzareno Luciani, all’insegna dell’arte che proseguirà fino a dicembre 2007. In un contesto insolito 12 giovani emergenti si alterneranno, uno ogni mese, intervenendo con le loro opere all’interno dell’Hotel San Giacomo. Incontri che si avvarranno, di volta in volta, di curatori differenti e ai quali farà da contorno un ricco buffet offerto da Ermetina Mira e Franco Bovara e i vini messi a disposizione dall’azienda agricola offidana S. Giovanni di Di Lorenzo Domenica 19 Novembre 2006 alle !8.00 sarà inaugurata la personale di Francesca Gentili con il testo critico di Dario Ciferri.
Il nostro corpo, lo osserviamo ogni giorno, quando ci alziamo, ci laviamo, trucchiamo, facciamo la barba. Si muove intorno a noi attraverso la pubblicità, la stampa, il cinema e non ultima la pornografia. Lo vediamo grasso, magro, vecchio, nudo, fresco o cadente. Il corpo umano è una costante di ogni nostro giorno.
Il lavoro di Francesca Gentili da sempre viaggia sul corpo, lo rappresenta, lo scompone, zooma sui particolari, mette in evidenza segni e caratteristiche, dando vita a una pittura raffinata e attuale, riflessiva e minuziosa, che si muove tra figurativo e astratto. Il suo sguardo lo osserva come attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, lo scompone, e lo raffigura senza privarlo dei difetti, che spesso sono il vero punto distintivo di ogni persona.
Nell’ultimo anno l’interesse della Gentili si è focalizzato sui volti, estrapolati e decontestualizzati da qualsiasi riferimento reale, sono i soggetti di una serie di lavori che osservano con ironia le espressioni e gli sguardi. I volti, non vengono mai dipinti dal vero, ma sono mediati attraverso la fotografia e trasformati dall’artista, sono teste, ma prive di corpo e di capelli. Alieni? Esseri geneticamente evoluti? Certamente sembrano personaggi di un film di fantascienza. È difficile distinguere tra l’espressione del viso e lo sfondo su cui questo si muove, ormai sono tutt’uno, si percepiscono gli occhi, il naso e la bocca, ma la fusione è in atto e non sembra reversibile. Come detto all’inizio la pittura della Gentili si muove intorno al corpo umano, e in queste opere, nella sua totale assenza è più presente che mai, gli sguardi che ci osservano sono spauriti, orgogliosi, indifferenti, ma la sensazione di assenza si avverte e non sembrano esserci più soluzioni. (Dario Ciferri)
scheda tecnica
curatore Nazzareno Luciani
testo critico Dario Ciferri
dal 19Novembre al 14 Dicembre
Info:
Hotel San Giacomo,
via Giacomo Leopardi, 10
63030 Monteprandone (AP),
tel. 0735.62545 fax 0735.62555
Associazione Culturale “Officina S. Giacomo”,
tel. 3287180203
12.11.06
ricamo i pennelli sulle vene delle mani
mi osservo
e un po’ mi faccio pena
schifo pure
essere finito
smettere di scrivere poesia
il pollo è poesia
no la poesia non è pollo
non si fa arrosto
anzi più terra terra
con la poesia proprio non si mangia
non si abbina alle patate
non da l’appiccicaticcio alle mani
è una finestra la poesia?
suvvia
perché inquadrare parole in frasi
che seguono scalate
su pagine bianche
in verticale orizzontale ed obliquo
ho fatto filetto
il sugo ristretto
il petto la coscia e l’ala
il pollo è poesia
e se va bene
una cresta di gallo
un fegato giallo
un secondo spettacolo a teatro
un anatroccolo imbalsamato in un’antologia
e perché no la poesia
è il vino corposo
che lascia la posa
oscura il bordo
e tinge le labbra
le mani la sabbia
e le saline niente capre niente lattine
è per il vetro… dunque
la raccolta differenziata
per la poesia?
10.11.06
allo stremo all’estremo angolo della terra un fogliame vecchio
allo stremo all’estremo angolo della terra un fogliame vecchio
da raccogliere sparso in terra nel parco
un ubriaco vecchio da raccogliere rimasto in terra a spostare le foglie
un tetto una copertura in ghisa
un castello di carte un negozio di sarte un capitone
su marte strana notte a luci rosse imballaggi di cartone
musica in 78 giri rallentato
un cablogramma di stima o di dolorose condoglianze
vive e sentite un cavo sotto il mare che trasmette
e ritrasmette emozioni ordini perbenismo dolore circostanza
un cavo in fondo al mare una estate in riva al mare
passo amore punto sentite condoglianze stop
fiori di pesco roselline di maggio lumachine di mare
bollire lento al fuoco del perdono castrare un’antilope che salta
castrarla in corsa castrare un pilota di f1 castrare il merito di una vittoria
castoro costruisce diga su lago nello utah ma troppo sale provoca violente accensioni di sete canestro triste si raccoglie in preghiera per sfuggire alla rabbia dei monsoni
e io? io non mi affronto più e sfrontato galleggio nel torpore del mio cervello
e sto un po’ strettino mi reinvento embrione
mi figuro nudo nel ventre di una donna poi vengo fuori
la vedo lì che ansima a gambe larghe
ma non mi sento piangere e niente colpetti sulla schiena per respirare
e non capisco…
…mi osservo e ecco che scopro un’erezione che scompare
pigro mi riaccuccio e dormo
8.11.06
notti strazianti di amori e comò
notti strazianti di amori e comò
di lenzuola di fiori
rose concupite
stanche soddisfatte sul letto
sfatte
sigarette che ardono
che ardono
le mani stanche di girare
ora giocano sul cuscino
il prosciutto profumato
resta scalzo adagiato sul comò
un giorno un mese un anno
e le scale
salire scendere salire…
note strazianti di piccanti comò…
il cestino resta pieno di carta per giorni
poi anche la polvere alta un dito sparisce
il pavimento luccica
non ci sono più calzini sporchi in terra
inizio un libro gradevole
poi il ronzare della partita in TV mi ricorda che la vita non è perfetta.
eh no!
…il cestino è un’altra volta pieno…
5.11.06
Radici
......Birra & Cola
corso di formazione lavoro
Sid Vicious sfonda il vetro con la testa
Larry ha sicuramente agito in qualche romanzo
La nostra estate sembra meno monotona del solito
ma è soltanto più movimentata
dev’essere terribile sentirsi un Autobus
sentirsi un punteruolo per il ghiaccio
Gioia e Rivoluzione
Demetrio Stratos
Metrodora
Fermina Daza che cuce le tende con in cuore una qualche speranza che…
Dario cuoce a fuoco lento nel suo brodo
avrebbe preferito finire con le lenticchie a Capodanno
ma la vita non va sempre come si vorrebbe
la terribile tetta
guarda i suoi sudditi
giudica
........e condanna
vorrei spalmare il cortisone
.....sul pane con la Nutella
ma la terribile tetta dice di no
implacabile
domina i pensieri
e i ridotti spazi di libertà
....mi trascina dove vuole
per l’appiglio
....più irrazionale
..................che c’è
la terribile tetta
a volte sta lì
pacata e sorniona
con uno sguardo dolce
..........dolce
e ti viene voglia di baciarla…
......baciarla…
......un po’…
(Estate 1999)
4.11.06
la clamorosa claustrofobia dei miei giorni
arrampicato in doppiopetto sulle teste dei leoni
l’acqua zampilla dalle teste e i tavoli lì all’aperto
in una coltre di nebbia fitta spessa dura una coltre
indiscriminata una poltrona in pelle azzurra
una gondola sul mobile del bagno
con lo specchio andato in migliaia di pezzi molto prima
che tu tentassi di specchiarti con la barba caprina e gli occhi tristi
cercavi un sorriso apparso un giorno ai tuoi occhi sulle tue labbra
il sole scendeva lento ma non più del solito
la noia dormiva in un monte di poesie lette
di una noia mortale in un paese di poeti è triste
volere essere un poeta che scriva poesia è triste
anche farsi il riportino sulla pelata
clamorosa ma a questo ci si arriva col tempo
ora ti guardi i capelli un po’ lunghi e sporchi
in quello specchio rotto che non c’è
te lo ritrovi nero ti guardi i denti le mani gli occhi
cercavi un sorriso apparso un giorno ai tuoi occhi sulle tue labbra
cercavi un sorriso che ti rendesse ancora una volta... la paura di sbagliare
la paura di non fare in tempo lo stress la vita quotidiana i sorrisi l’allegria
spesso falsi o di costume un cambio vantaggioso cercavi
il sorriso rosa vivo caldo lì apparve all’atmosfera
non fu un’apparizione ma un segno definito bene
nella storia una voragine che ridava storia alla storia
l’origine... o esagero ed era solo una vagina
ma nessuna vagina è mai solo una vagina
e questa sorrideva e parlava raccontava piano
la sentivo bene mi sussurrò all’orecchio ci soffiò dentro piano
cercavo un sorriso apparso un giorno agli occhi sulle labbra
voleva annusare l’estate di gesso
fermare l’aria ed attraversarla piano
firmare un contratto col dio dei venti
avere l’esclusiva sui flutti tra i capelli
ma sbagliava non era nato pazzo
e non era riuscito a diventarlo
nonostante il posto all’INPS
era lucido a tratti gelido certamente triste
s’era scelto un nome di battaglia
come pochi grandi condottieri
o infaticabili chiacchieroni
meccanico di se stesso dibatteva la testa
alla ricerca di sogni più grandi di lui
che non sapeva nemmeno immaginare
e stringeva la spada durante cariche selvagge
prima di sfinire un orgasmo
in un fazzoletto di carta
non era stato sempre solo
ma ora lo era e pesava
pesava specie quando si immaginava
con una spada …solo
aveva orgasmi più grandi di lui
e ogni volta sentiva la sua schiena diventare tipo yogurt
ed era difficile affrontare la realtà delle diete polacche
così a Worms la sua vita divenne un disastro
una gita sbagliata una storia da sperdere un nome da ricominciare
alla terza spada si addormentò
sentì un bisturi trafiggergli il cuore
e torno a dormire…
2.11.06
questa vasectomia sottile che ti scorre tra le cosce
questa vasectomia sottile che ti scorre tra le cosce
sussurra alle scarpe scanzonate canzonacce da cantina
e si posa sul ponte rosa delle virtù sospese
a mezz’aria sopra una friggitrice
in una friggitoria di periferia vicino al canto della sirena
questa fabbrica chiusa di giorno da sbarre inferriate sbarre
impalcature bellimbusti casti
raddoppiati poltrone vuote sedie a sdraio in rima al mare
un mare azzurro come gli occhi azzurro come il cuore
questo mare morto questa siepe fastidiosa che ti copre il panorama
un leopardi minore che declama nella strada nella notte buia
una troia che lo succhia finché tutta l’anima non le scorre in bocca
per poi sputarla via
questo… spuntare il becco ai polli
raddrizzare raffigurare un’idea malsana
crocefiggere ogni anno allo stesso modo nello stesso luogo
con la medesima pena
un dio esterrefatto un bancomat contratto
la ruvida raggiante idea di uno scienziato mentecatto
domani visita otorinolaringoiatrica intorno al totem del buongiorno
si vedrà …si saprà …si
mia madre si è stancata le mie scarpe sono storte
non ho soldi non ho nebbia non ho fede
…mi scopro a osservare una macchina da sotto
e mi piace mi piace
questa lombosciatalgia propulsiva ora mi rinnova
e sto al tavolo a bere e affrontare il prurito sulle cosce
e la sonnolenza tra le cosce
…questa poesia …questa originalità da cantina
1.11.06
le stagioni si accavallavano
le stagioni si accavallavano, il buco dell’ozono sorrideva strizzando l’occhiolino alle altre particelle lì con lui. Il fieno si rigirava e le fave, beh no, le fave stavano a casa…
…e Chesterton guardava la TV.
Fabrizio. Il freddo dell’inverno tagliava le mani, nonostante il sole e le auto percorrevano indolenti il lungo corso, nel corso del fiume si erano avvistate frecce, bombe, chioschi di giornali.
…e ci vuole coraggio ad affrontare la morte che ci balla intorno e crepare di maggio, tanto troppo e le rose; petali di rosa scendono morbidi dal soffitto giovane e leggiadro come le donne che vi si trovano. Intanto i gorilla corrono per ogni dove e le gabbie sono tutte incastrate sui culi dei giudici che attraversano le antiche biblioteche
…e Chesterton guardava la TV.
Ed ecco la campana d’oro rintoccare i dodici mesi dell’anno, che non vogliono più farsi abbindolare dalle borse valori, e poi, alla fin fine, anche noi ci divertiamo di più al parco. Fabrizio. Il forcone attraversa l’aia come un giavellotto un campo d’atletica, e va puntarsi contro una vacca, il trattore rincorre il tempo poi capisce che è il tempo che lo sta guidando e si sente un po’ cretino, si sente come un uomo (e non è una gran cosa) alla ricerca di Dio, si sente preso per il culo…
…e Chesterton… beh Chesterton si stava grattando il culo, il palinsesto mattutino non è mai un granché e ora sperava in una bella televendita presentata da un presentatore fallito e da qualche pseudobellafiga. Fabrizio. La notte scende in fretta, e le parole alla fine sono sempre le stesse, si ripetono cicliche sempre le stesse cazzate… e Chesterton, a dirla tutta, ne aveva le palle gonfie, così dopo due ore di linee hard e porcel-line si sparò una sega, ma più per devozione che per voglia.
…e Chesterton guardava la TV.
I giorni passavano uguali e duri e i muri restavano sempre più impregnati di chiuso, di rancido, di sudore, di vecchio; ma l’aria primaverile fuori dava tutto un altro aspetto al mondo, cani, rondini, bambine con la gonnellina rossa, pedofili seduti in poltrona che guardano oltre le tende della finestra, battipanni pronti per le pulizie…
Fabrizio.
…e Chesterton guardava la TV.
Fabrizio stava lì sul palco, immenso e piccolo tra cicche spente e sigarette fumanti, un po’ ricordava Bocca di Rosa, un po’ Giovanna d’Arco. Chissà se le parole venivano da se oppure…
Il vecchio marinaio osserva le scogliere, il mare, con la voglia di tornare, il mare caldo, forte, implacabile, gelido, rassicurante, il mare, lo attraversa, espone parole, musica, poesia, poi tutto diventa una regata; lunga.
…e Chesterton guardava la TV.
La primavera è tornata un po’ prima, il freddo ha dato un po’ di tregua e la morte per ora è calma e non attraversa le notti, ma è come… come se mancasse qualcosa, “io nel vedere quest’uomo che muore madre io provo dolore, nella pietà che non cede al rancore madre ho imparato l’amore”
…e Chesterton guardava la TV






